Vivere perdutamente e follemente

I consigli di una nonna

Mia nonna non c’è più. Mi ha abbandonato quando avevo 18 anni.
Eppure è stata una delle persone che più di tutte hanno contribuito a farmi diventare la persona che sono.
Il suo profumo di caffè latte la mattina lo ricordo ancora. Le sue briciole sul pavimento, anche.
Il suo anello con il rubino rosso, che tintinnava sulla stufa è al dito della mia mamma ora. Quella non figlia che si è ritrovata sul cammino della vita e che ha imparato ad amare, seppur così diverse e con bagagli culturali opposti.

Lei è nata nel 1913. Eppure quello era solo un numero su un passaporto. Perché la sua data di nascita poteva benissimo essere anche 1974, 1983, 1968.
Era una donna moderna con il filo di perle al collo e il mezzo tacco ai piedi.
Era una di quelle persone che ti fanno riflettere quando a 13 anni aspetti il principe azzurro e ti dicono: “Lo sai vero che non esiste? Sei solo tu che farai della tua vita un capolavoro, non aspettarti nulla dagli uomini. Tu renderai la tua vita speciale”. E quanto aveva ragione. Una verità che a 13 anni, e con anni di principesse Disney sulle spalle, era difficile da capire e da accettare. Lei ha vissuto le due guerre. E le ha vissute elegantemente. Cosa vuol dire? Che non era minimamente impressionata dall’assenza di pane bianco, dalle corse nei rifugi sotto le bombe, dalla lontananza con l’uomo che aveva sposato. No. Lei voleva vivere e viveva tutto d’un fiato. Vive il suo ruolo di madre in una famiglia troppo affollata di donne, viveva la sua passione: creare abiti eleganti, meravigliosi, abbinati alle scarpe che disegnava il nonno.
E aveva un dono. Sentiva, capiva e agiva.
Sentiva che forse la sua vita doveva essere in America, con il famoso Zio Giò, quell’uomo che le aveva rubato il cuore da ragazzina ma che era partito, su una di quelle navi per cercare fortuna Oltreoceano con una promessa: “Ritorno e ti sposo”. E poi gli anni passano, le poste sono quelle che sono e arriva il nonno: alto, bello, creativo, romantico. E quell’amore rimane sospeso, come la fune tra le due vele di un albero maestro.
Eppure lei sentiva. Sentiva che quell’amore non si era spento.
Lo Zio Giò c’è sempre stato nelle nostre vite. Anche in quella di noi nipoti. Nonna e nonno si sono amati, hanno costruito una vita dove la creatività di lui e il fiuto di lei hanno dato i loro frutti.
Ma c’era sempre quel pensiero che volava vicino a New York.
Sentire, provare, vivere. Seguire il proprio istinto.
Prendere la tela della vita e disegnare quello che si vuole.
E volerlo fortemente.
E sentire fortemente.

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Testi: Federica Visconti
Photo: Annie Spratt

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